La stanza in più

Il tema del riordino è quello sul quale io e Fabio ci siamo maggiormente scontrati in questi due anni.
Io non sono una persona ordinata e chi lavora con me e conosce la mia scrivania sa che cosa intendo. Tuttavia, non sopporto l’idea di vivere la maggior parte del mio tempo fuori casa, in un mondo caotico, e poi di tornare in una casa stipata di oggetti, cartoni e sportine appoggiate a terra con dentro cavi ottici, mouse, forbici da elettricista, rubinetti, CD musicali, alimentatori, lampade da esterno, cacciaviti elettrici, spartiti musicali, prolunghe, scarpe da ballo, piatti di carta per le feste, vecchi telefoni, eccetera.
Vorrei che tutte queste cose fossero riposte in luoghi opportuni, dove non rischiano di farmi stramazzare al suolo, dove possono essere ritrovate se ce n’è bisogno e dove eventualmente i miei ospiti non abbiano occasione di imbattersi.
Fabio è centomila volte più ordinato di me e ancor più di me desidera che l’ordine regni sovrano e soprattutto desidera poter ritrovare tutto ciò che gli serve in 5 minuti e non in un’ora e mezzo. Tuttavia, il lavoro del riordino di per sé lo ammazza perché è un lavoro che non trova mai un vero compimento (e Fabio è acerrimo nemico delle cose fatte a metà!) dal momento che l’unico modo per fare davvero ordine sarebbe avere la famosa “stanza in più”, quella da destinare a repository di accessori utili e cianfrus inutili, quella, in pratica, che noi non abbiamo.
E così Fabio progetta riordini definitivi in grande stile che poi non attua perché manca lo spazio, mentre io studio piccoli riordini di occultamento che ci consentano di sopravvivere e, per esempio, di avere gente a cena senza le mutande stese in salotto.

Dopo tanto mio insistere per sistemare casa, questo fine settimana Fabio si è messo all’opera e devo dire che si è distinto per energia, impegno e lavoro indefesso. Non si è risparmiato e ha in parte progettato (come ama fare) e in parte realizzato (come io amo che faccia) il riordino.
Straordinariamente è riuscito a produrre una entropia molto maggiore di quella iniziale, ma ci ha messo talmente tanta buona volontà che ho deciso di non incazzarmi ma di accogliere il suo sforzo come un dono. Non voglio soffermarmi sul risultato, voglio invece essere felice per la sua intenzione di fare.
Insomma, avete capito: io lo amo.

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