Il parto

La notte in cui mi sono sono rotte le acque io e Fabio dopo avere guardato x factor abbiamo fatto due chiacchiere con la bimba nella pancia e le abbiamo detto che era ora di uscire e che noi eravamo proprio pronti ad accoglierla.
Alle 2.20 la bimba ha risposto e io sono entrata in travaglio.
Ci siamo precipitati all’ospedale perché perdevo sangue ed ero molto spaventata. Abbiamo preallertato il pronto soccorso via telefono, così quando siamo arrivati erano già tutti là ad aspettarci.
All’ecografia la bimba stava bene, così i medici hanno fatto un briefing per valutare se farmi  un cesareo o farmi provare un parto naturale. Ha prevalso la linea del parto naturale e noi siamo stati contenti dato che ci eravamo preparati bene con il corso preparto e versando copiose lacrime nella visione di tutte le puntate di Reparto Maternità.
Una volta in sala travaglio, l’ostetrica Rottermaier mi ha legata al tracciato facendomi sapere che non avrei potuto camminare per la stanza perché era meglio di no, cazziando Fabio perché voleva sapere cosa significavano tutti quei numerini nel tracciato e sottolineando che eravamo anni luce dal parto, perché la dilatazione era solo di 3 cm e le contrazioni erano brevi, non certo quelle del travaglio vero e proprio.
Io ho immediatamente pensato che non ce l’avrei mai fatta, dato che anche quelle contrazioni non-certo-del-travaglio-vero-e-proprio erano per me dolorosissime.
Mi sono messa quindi a fare il mio sporco lavoro, ovvero soffrire, cercando di pensare che non dovevo piangere altrimenti, una volta rotti gli argini, non avrei più avuto modo di ritornare indietro.
Quando arrivavano le contrazioni vocalizzavo una “a”, come mi avevano insegnato al corso preparto, e un paio di volte ho fatto due acuti da soprano niente male. Nel frattempo stritolavo la mano a Fabio o gli chiedevo di massaggiarmi la schiena dato che le mie contrazioni erano tutte localizzate alla schiena, e lui eseguiva standomi vicino e non lasciandosi mai prendere dal panico.
Quando le contrazioni non c’erano mi riposavo e cercavo di schiacciare un pisolino.
Dopo un’ora di dolore l’ostetrica Rottermaier mi ha visitata e ha riscontrato con stupore che la dilatazione era di 9 cm: ciò dimostra che alle volte anche le ostetriche si sbagliano e hanno invece ragione le partorienti. E che cazzo.
Per festeggiare la notizia dei 9 cm, all’arrivo della contrazione successiva ho iniziato a fare degli urli disumani, poi sono tornata in carreggiata e ho ricominciato a soffrire a denti stretti.
Dopo un’altra ora ero pronta per spingere ma ci ho messo un po’ per capire come dovevo spingere e per trovare la forza e la posizione, dato che ero sempre inchiodata al lettino.
Verso le 7 ha iniziato ad arrivare un sacco di gente nella mia stanza: nuove ostetriche, molto più umane, pediatri, ginecologi, culle termiche e chi più ne ha. Mancavano solo i salatini e le pizzette e avremmo potuto fare una bellissima festa di benvenuto.
Alle 7.29 con un’ultima spinta e un urlo ancestrale è nata la piccola Mina.
Quello che è successo dopo fa parte della routine del post parto: espulsione della placenta, visita, sutura, lavacri eccetera, ma io non sentivo nessun dolore, avevo le endorfine a palla che mi sostenevano e mi rendevano stupita e lacrimosa.
Fuori dalla finestra, nel frattempo, era arrivato il giorno, un giorno caldo e pieno di sole. Era bello guardare il cielo azzurro dal mio letto di partoriente e ancora più bello era guardare Fabio accanto a me e la nostra bambina un po’ blu che si concedeva il riposo dei guerrieri e dei giusti.
Per tante ore ho guardato il mondo attraverso un velo di lacrime, perché tutto mi faceva venire da piangere, dal caffelatte che mi hanno portato (il miglior caffelatte con biscotti di tutta la mia vita) all’idea che quel mattino erano nate un sacco di persone: una bimba, una mamma, un papà, due nonne, un nonno, una zia e tantissime zie acquisite.

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